Maria Gabriella Sartori, psicologa - psicoterapeuta

 

 

 

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LO PSICOTERAPEUTA E I SUOI SISTEMI DI
RIFERIMENTO IMPLICITI ED ESPLICITI


1. PSICOANALISI E RELIGIONE
In una seduta della società psicoanalitica di Vienna (11 dicembre 1912) si scrive: "La legge è ciò che fa il padre. La religione è ciò che il figlio riceve".
In un altro momento Freud scrive a un suo amico: "Educa tuo figlio come un ebreo, solo così avrà la forza per far fronte alle difficoltà della vita".
Religione - dal latino religio-onis - significa legame con la divinità, intendendo per divinità ciò che genera, permette, la vita.
In un modello di riferimento sulla base della dipendenza i genitori fanno i figli e la legge, e questi si sottomettono e la temono. Da un altro punto di vista la frase attribuita a Petronio: "Primus in orbe timor deus fecit" ("fu la paura per prima a creare gli dei nel mondo") esprime implicitamente il bisogno di indipendenza, di responsabilità e di crescita. Emergono due bisogni dell'uomo: il bisogno di protezione che nasce dalla sua fragilità e implica la sua dipendenza motivata dalla paura, e il bisogno di essere protagonista, attore e artefice della propria vita, con le "proprie sole forze", cioé senza l'aiuto degli dei.
Dalle sue origini il pensiero filosofico mette in evidenza questo duplice significato che può avere una teoria: essere al servizio della dominazione, la sottomissione e la riproduzione del modello sociale; o coadiuvare al superamento della "legge del padre", della dipendenza, essere al servizio della liberazione. In questo senso ci domandiamo se l'attuale teoria psicoanalitica, con i suoi modelli di riferimento, è al servizio della ripetizione del passato intanto un peso morto che si trascina, anziché un modello di riferimento interno che aiuta a creare nel presente e nel futuro.
La psicoanalisi si confronta con i grandi temi che hanno da sempre preoccupato l'uomo: le sue origini, le origini del mondo, il senso della vita e della morte; e i problemi a loro legati: la sessualità, i legami umani, le crisi di cambiamento, i dilemmi della soppravvivenza, ecc.... Lo studio ci ha portato ad accorgerci che la psicoanalisi risponde a queste domande in forma idealista, riprendendo molte delle elaborazioni realizzate dalla religione ebreo-greco-cristiana, a sua volta nutrita dai miti che gli hanno dato origine.

2. SIGNIFICATO DEL MITO E DEL SIMBOLO
Ad ogni tappa della storia sociale ed evolutiva dell'uomo corrisponde una forma particolare di conformazione e di espressione della coscienza ("Non è la coscienza che detemina la vita, sino la vita che determina la coscienza"), così come la vita materiale, le forme di produzione, determinano la coscienza (e l'inconscio), queste a sua volta regolano e condizionano la vita in una dinamica pratica-teorica-pratica a spirale dialettica.
Il mito, come lo ha documentato ampiamente Mircea Eliade, è la forma più arcaica di conoscenza che cerca di spiegare l'origine delle cose, della vita, della morte. È un elemento essenziale della civilizzazione umana, una vera codificafione della saggezza pratica che prende carattere religioso.
Il mito è una storia vera perchè la vita, la morte, l'origine del mondo, sono li per essere spiegati. Le spiegazioni sono possibili e dipendono dallo sviluppo delle forze produttive e della coscienza storica che ne risulta.
Conoscere il mito è conoscere il segreto dell'origine delle cose, non solo come si sono fatte, sino come ricrearele quando non ci sono. Il mito, all'uguale del simbolo, rilega, mette insieme, unisce chi lo condivide; come poi farà la religione e più tardi l'ideologia.
In quanto alla sua struttura, il mito ci mostra la condizione dell'uomo, delle piante, degli animali, ci da una spiegazione alla vita, alla morte, al lavoro, alla sessualità, alla pubertà, ci da la metodologia per affrontare i momenti di passaggio, le regole di comportamento umano e fissa le norme morali.
Perciò simboli e miti rivelano una situazione limite dell'uomo, e sono queste situazioni limiti che permettono all'uomo di prendere coscienza della situazione della sua posizione nel mondo.
All'interno del mito l'uomo si pensa come unità operativa facendo parte di un insieme nel quale può trasformare e trasformarsi (unità e lotta dei contrari).

3.LE ORIGINI: TERRA MADRE
Dopo circa due milioni di anni di umanizzazione, in un mondo crudele e spietato, i Paleantropi lasciano ai loro eredi uno spichismo influenzato dalla loro principale attività, un'attività cruenta: la caccia.
Vivere della caccia , uccidere per vivere, versare il sangue dell'animale, un sangue uguale al proprio, crea attraverso i millenni una solidarietà tra l'uomo e l'animale: questo viene idealizzato e deificato, diventa un dio, perché permette la vita.
L'uomo del Paleolitico (Homo Sapiens) è il nostro più vicino antenato: vive della caccia, della pesca e del raccolto, è un nomade che seguegli spostamenti e i movimenti della flora e della fauna. Gli uomini del paleolitico utilizzano strumenti che, a differenza degli altri animali, costruiscono: ciò implica un'attività mentale complessa, immaginazione, anticipazione del pensiero sull'azione.
I suoi dei (totem) sono animali e vegetali perché la vita proviene da loro: sono la base dell'evoluzione (spiegazione delle origini del clan) e del sostentamento. Ci sono riti iniziatici per gli adolescenti (identificazione con il totem.
Si pratica il cannibalismo come aspetto del desiderio di rinascita e continuità della vita dopo la morte (simbolismo dell'Ultima Cena), un rito che genera la paura dei morti ed è all'origine del culto dei morti e del rito della sepoltura.
la morte viene intesa come un ritorno alla casa madre-terra-utero. Perché l'utero è il principale mistero, il modello che struttura tuttti i riti: la nascita del figlio è legata all'offerta del sangue della donna, base di tutti i sacrifici rituali.
La cosmogonia, e epr conseguenza la società, si organizza intorno alla donna (mito della "madre-terra" e matriarcato). Ciò permette di capire l'importanza accordata alla luna (il ciclo lunare viene analizzato e utilizzato ai fini pratici 15.000 anni prima della scoperta dell'Agricoltura), integrata in un sistema con la donna, il movimento delle acque, i ritmi della natura, la fertilità, la morte, la rinascita.
Il sacrificio della fanciulla (mito di Hainuwele in Nuova Guinea) favorisce la nascita di piante e tuberi: una morte violenta che è morte creatrice e assicura la presenza della dea nella vita degli umani: l'uomo è rinascita della dea, espressione vivente del totem.
Il sacrificio sarà il tributo, il ringraziamento per la vita della comunità, offrendo lo stesso che il gruppo prende: il sangue, la linfa, cioé animali, vegetali, vite umane, sacrificando i bambini e le fanciulle, il futuro della comunità, il meglio che si ha. Il sacrificio è anche il prezzo del cambiamento: la vita implica la morte in una opposizione di base.
Se il Dio è "ciò che si vive" (Dio = vita), uccidere il dio-pianta, il dio-animale, genera tanto ringraziamento quanto rimorso. Il "sacrificio" rituale è uno scambio con il dio; il rimorso è invece espressione della colpa (per mangiare: etimologicamente significa "mordere di nuovo") ed è lacoscienza di avere fatto male e non il bene che era possibile.
Il mito e il simbolo uniscono l'individuo alla comunità: il mito è la spiegazione che la comunità da alle sue condizioni materiali di esistenza, e uno strumento per operare sulla materialità del mondo, il significante non è espropriato, la comunità è padrona delle sue proprie forze.

4.IL PADRE-CREATORE E IL PARADISO PERDUTO
Alla fine dell'ultimo periodo glaciale (circa 10.000 anni fa) il clima si modifica e conseguentemente il paesaggio provocando le migrazioni della flora e della fauna. L'ambiente meno arido e ostile favorisce gli insediamenti in zone più fertili, vicino ai fiumi. Emerge progressivamente l'uomo del neolitico che abbandona il nomadismo e inizia le attività che rivoluzionano la sua esistenza: l'agricoltura e l'allevamento degli animali. Questo passaggio sarà il significante del mito del paradiso perduto.
Il paradiso perduto porta alla scomparsa della comunità primitiva e della libertà attribuita alla caccia. In relazione a questo il lavoro agricolo viene vissuto come schiavitù (la mitologia ebrea interpreta il lavoro come un castigo divino). Il paradiso perduto rappresenta il passaggio dal paleolitico al neolitico, la fine della organizzazione primitiva della società e del matriarcato, l'inizio dell'appropriazione privata e del patriarcato.
Il mito di adamo, oltre a dare una interpretazione dell'origine dell'uomo (sincretismo primitivo), ci offre la possibilità di vedere come il mito serve allo stabilimento di un nuovo ordine sociale.
Adamo è il nome simbolico dell'uomo, simbolo che lega un significante con un significato: adama è "la terra", la polvere, mentre a vuol dire "soffio" e dam "sangue". Perciò Adamo è la terra che diventa sangue e vita.
L'antico mito intuisce sia l'autogenerazione della vita sulla terra come l'evoluzione della materia, dalla polvere delle stelle (la scienza attuale stima che questo processo si realizza 15 miliardi di anni dopo il "Big-bang"), sia la non differenziazione sessuale nelle prime forme di vita.
Vediamo inoltre come il primo mito viene usato per la produzione e la riproduzione di una nuova gerarchia sociale, il patriarcato: è il "Dio padre" che da la vita, e l'eredità al maschio. La donna non interviene nella generazione dei figli, né nella distribuzione della proprietà, è un'appendice dell'uomo che, inoltre, viene colpevolizzata. Ad una intuizione scientifica viene sovrapposto un contenuto politico-ideologico.
I nuovi miti contengono e integrano comunque gli antichi. La fertilità della terra rimane solidale della fertilità della donna, ma subordinata al nuovo ordine e alle scoperte legate al nuovo modo di produzione. per millenni la "Madre Terra" si fecondò da sola, adesso invece l'agricoltore, che produce il proprio cibo e deve pianificare tra la semina e il raccolto con mesi in anticipo, sa di essere il seminatore (del seme e del semen). Con l'aratro il lavoro agricolo è assimilato all'atto sessuale e l'uomo partecipa attivamente alla fecondazione.
Mentre per il cacciatore l'atto di mangiare era fonte di rimorso per l'agricoltore questo ha un simbolismo sessuale, l'alimento, come il seme, è assimilato ed è fecondante.
Il seme che diventa pianta, negazione del seme, la pianta che muore divenendo frutto in una nuova sintesi, negazione della negazione o sia affermazione assoluta, sono alla base della dialettica. Nascita, morte, rinascita, sono identificati con i ritmi della natura.
Il dualismo tra principi cosmogonici: giorno/notte, inverno/estate, vita/morte e la lotta che subentra tra di loro come opposizione dei contrari per trovare nuove sintesi confluiscono alla fine della stimolazione delle forze creatrici della vita. "Le crisi che mettono in pericolo il raccolto - siccità ,innondazioni, ecc... - saranno tradotte in drammi mitologici: dei che muoiono e resuscitano".
Con l'agricoltura, i totem, gli antenati e in generale tutti gli dei vengono subordinati ad un "dio supremo": il Dio Sole, anticipo del monoteismo come dio padre.

5. DAL MITO ALLA "LEGGE DIVINA"
La complessità crescente delle società agricole, con la loro divisione del lavoro, la nascita dello Stato, implica un nuovo ordinamento delle proibizioni e leggi. Si codifica con la religione di Stato: la legge è emanazione del dio supremo (vedere i 10 comandamenti) e il Re è identificato come un suo discendente o il suo eletto. Il sapere viene subordinato a fini politici.
Il sacro si origina dal capovolgimento della realtà, essendo la sua proiezione e idealizzazione. Così come il mito ed il simbolo uniscono significante e significato, base materia e idea, la "legge divina" scinde, divide. Il significante separato dalla sua base materiale diventa il Verbo creatore (Ptah degli egiziani, Jahvè degli ebrei). L'uomo acquista una "anima", separata dal corpo e dalla sua storicità, un inconscio eterno, atemporale e universale. Nella realtà si muore, nell'aldilà si è immortali.
Le "idee" che esistono da sé soltanto hanno bisogno di un "apparecchio" che le possa pensare. E infine, la storia stessa è intesa come "sviluppo dell'Idea".
Non c'è più dialettica, soltanto un gioco di alternanza fra la vita e la morte, il sacro e il profano, realtà idealizzata e realtà persecutoria, che la mitologia greca riprende. Eros, prima di diventare il dio dell'amore, esprimeva la lotta tra il Caos e il Cosmo (la vita). La psicoanalisi riprende questo mito dandole il significato di lotta tra Vita e Morte, Eros e Thanatos, infine come lotta tra Amore e Odio.

6. VERSO L'INDIPENDENZA
Nella "Repubblica" Platone configura una società ideale, governata dagli uomini più capaci, filosofi, uomini d'oro. La relazione di disuguaglianza sulla quale si basa questa società, lo schiavismo, non viene messa in questione. È "naturale" che il padrone pensi e filosofi, intanto è nous - spirito, psiche, pensiero - ed è così altrettanto naturale che lo schiavo, intanto soma - corpo - lavori. La chiesa cattolica, secoli dopo, riprenderà questo modello, e la "civiltà ideale" sarà la civitas dei, nell'aldilà, mentre nella terra sono chiamati a governare i più adatti: il clero con i Re "eletti da Dio".
Oggi per un pensatore o un lavoratore della salute non è facile nè semplice liberarsi o semplicemente rendersi conto dei suoi legami con l'ideologia dominante, sapere da che parte si trova nelle nuove configurazioni della relazione amo-schiavo, se opera al servizio della sottomissione o del superamento.
È necessario pensare ed ubicare la psicoanalisi, ripensare nelle sue basi di conoscimento. Che posto occupa come parte delle scienze sociali? Per chi lavora? Perchè si lavora?
Le tracce del processo di culturizzazione che, dal paleolitico medio e passando per il neolitico, porta ai giorni nostri, sono impresse nell'uomo del nostro millennio e nella società occidentale. La trasmissione della memoria storica dell'umanità, sia attraverso il DNA e i geni, sia attraverso la trasmissione del propriamente culturale, orale e scritta, sia attraverso i meccanismi ed istituzioni di riproduzione del sistema, dell'organizzazione sociale, confluisce a quest un'aurea di "naturalezza". I miti, rielaborati sotto diverse forme, fanno ancora parte della nostra "natura".
Cercando i suoi modelli nei miti, ma con le sue radici nella tradizione ebreo-greco-cristiana, l'albero psicoanalitico si nutre di una mitologia contraffatta, che ha perso il suo riferente con la realtà, idealizzata.
Sarà possibile l'elaborazione di una teoria psicoanalitica che riveda le sue basi materiali, i suoi sistemi di riferimento, che sia fondata nell'analisi della realtà e sia capace di ridare all'uomo una dimensione protagonistica? In che modo una scienza disalienata permetterà lo sviluppo di una pratica clinica che non abbia come obiettivo il riadattamento dell'uomo alla società ma il suo potenziamento creativo?


Studio privato della dott.ssa Sartori


INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

AA.VV., "Homo, viaggio nelle origini della storia", Cataloghi Marsilia, Venezia, 1985
José Bleger, "Psicologia della conducta", Centro Editor de A. Latina, Buenos Aires, 1969
S. Freud, "Obras Completas"
V. Grigorieff, "Mithologies du monde entier", Ed. Marabout, Paris, 1987
Eliade Mircea, "Storia della credenze e delle idee religiose", Sansoni Editori, Firenze, 1990. "Images e symboles", Gallimard, Paris, 1980. "Aspets du mythe", Gallimard, Paris, 1971
Platon, "La Repubblica", Ediciones Ibericas, Madrid, 1959
S. Resnik, "El padre en el psicanalisis", dattiloscritto