Maria Gabriella Sartori, psicologa - psicoterapeuta

 

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COLLABORAZIONE TRA TERAPIA MEDICA E TERAPIA PSICOLOGICA

Premessa
A novembre dell’anno 2002, sono stata invitata dal Dr. B. Milani a tenere una relazione nella Tavola Rotonda: psicofarmaci, pro e contro. Presentai il tema: Uso e abuso di sostanze, Pensando nel paziente.
In quell’opportunità, mi domandai: farmaco contro parola o è possibile una collaborazione tra terapeuti? Quando è consigliato l’uso del farmaco, quando l’uso della parola, quando la collaborazione?
Le risposte si possono trovare, se partiamo del paziente, pensando nelle sue reali necessità. Ricordando che il paziente è una persona che soffre, che patisce, e che ha la pazienza di sopportare le fatiche di un percorso terapeutico. E in secondo termine, pero d’uguale importanza, - dell’Etica professionale. Etica del farmaco, Etica della parola.
L’incontro odierno è la continuazione di quella relazione.

Parlerò brevemente de alcuni casi clinici.

1.- A. una donna di 43 anni, mi è stata inviata da una collega Psicologa, che a sua volta, le era stata derivata dal CSM, dopo di un ricovero per tentato suicidio – con ingestione de farmaci vari. Una forma d’avvelenamento.
La sua storia vitale la sintetizzo brevemente. A. è figlia unica, quando aveva 11 anni muore suo padre in tanto percorreva la strada verso il suo lavoro, investito da una macchina. Vivrà con sua madre vedova fino ai 20 anni; dopodiché inizia la sua vita in coppia. Quando ha 40 anni nasce il suo unico figlio. Un anno dopo muore la madre, 70 enne. A. manifesta i primi sintomi depressivi, quando un anno dopo lasciando il lavoro che tanto le piaceva, - un lavoro con giovani che soffrono l’handicap, disaggio mentale, ecc. Quest’attività le richiede molte energie e lei non ne ha più tante da dare. Come figlia Lei è in lutto per la madre, e a sua volta madre de suo figlio. “Adesso che non ho più né madre né padre, chi mi amerà; chi s’occuperà di me?” e la domanda inconscia che A. fa a se stessa.”
Il tentativo di suicidio avviene a 42 anni, un anno dopo la morte della madre. I 42 anni anno per Lei un significato profondo. E la stessa età che aveva suo padre al morire nell’incidente stradale.* La sua crisi depressiva è la conseguenza di una serie di lutti non elaborati, non solo della sua storia individuale, come capiremmo nel lavoro analitico, bensì un accumulo de lutti-traumi transgenerazionali, non elaborati, che partono dai noni materni e si trasmettono come dolore, vergogna, tabù, a figli e nipoti. Una carica pesante non solo per lei, sino per altri membri della sua famiglia d’origine.
Quando arriva da me, è gia medicata da un suo medico e neurologo di fiducia, che la segue durante tutta la terapia psicologica, con la terapia farmacologia. Un anno dopo la cura, sia farmacologia sia psicoterapeutica, A. mi chiede se non è ora de sospendere i farmaci giacché ha ricuperato la gioia di vivere, ha riparato il difficile rapporto con suo piccolo figlio, disturbato dopo il tentato suicidio, infine, ha rivisto la storia familiare tanto traumatica pero che era stata fino ad oggi un secreto di famiglia. Le faccio presente che non è della mia competenza questa decisione, che doveva in primis, parlare con il suo neurologo.
A. si presenta da lui e questo le risponde con una bella metafora, che ho fato mia: - Lei signora è come un piano, uno strumento musicale. Per suonare bene, ha bisogno dell’affinazione, che è il mio campo, con la Sartori, impara a suonarlo. - E tanto più s’impegna e studia, aggiungo io, più belle sinfonie sarà in grado di eseguire.

2.- Dino; è un giovane laureato, di 35 anni, anni. Quando arriva da me. I suoi genitori si sono separati quando lui aveva 10 anni. La madre ha fato da allora in poi “ l’uomo della famiglia perché il marito” era “Inaffidabile” secondo lei, sebbene sensibile e creativo. Dino era seguito dalla nona materna , vedova - che abitava con loro, che muore quando ha D. ha 15 anni; arriva la prima crisi depressiva. . Da 18 anni in poi è in cura con psicofarmaci, antidepressivi, sempre in aumento. Zoloft e Tabor, Non ha mai lavorato, però fa il “ badante della sua anziana madre”con chi abita. Non ha mai avuto una ragazza. La psicologa, che farà l’invio, dopo alcuni mesi di cura con lei , le afferma che, non avendo esperienza con casi come il suo, le consiglia il mio nominativo. D.aveva diminuito in un ottavo i farmaci prescritti, durante la terapia con la dssa. M. ed era già un buon risultato a mio avviso.
Iniziamo il lavoro però, la dipendenza psicologica ed economica dalla madre lo porta interrompere il trattamento dopo sei mesi. La madre, una donna forte come un leone, nonostante la età e gli acciacchi, s’intromette nella terapia del figlio. Lei teme la perdita del rapporto di dipendenza.
Ritorna dopo nove mesi circa, con questa richiesta: se io non faccio un lavoro su di me , quando morirà la mia madre, finisco sotto i ponti, come un barbone…! Lo sento angosciato e sincero. Le affermo che io lo riprendo in terapia, solo se lui se la paga. D. trova un lavoro semi protetto.
Si tratta di un giovane intelligente, nonostante la personalità infantile; i progressi si vedono, lentamente, dopo due anni di lavoro continuo.Comincia a guardare le ragazze, a pensare nella sua professione. Emerge solo adesso la sua reale dipendenza farmacologia: zoloft, prozac, tabor, gocce per il nervoso, più altri sonniferi: un vasto elenco giornaliero. I farmaci, vorrei ricordare, servono principalmente al controllo delle emozioni. La camicia di forza chimica. Formano parte di uno stile di vita che non è congruente né con la sua età, né con le suo potenziale: le sue capacità da sviluppare.
La prescrizione dei farmaci lo fa suo psichiatra presso una istituzione che lo segue da anni.
Credo che è arrivato il momento de iniziare una diminuzione delle dose, lo comunico al paziente, proponendole un incontro con il suo psichiatra, la madre ed io. Fare un programma insieme, con la collaborazione consapevole di tutti.
Il psichiatra no accetta la proposta. Lo unico che posso dire al paziente è che questo medico non ha esperienza con il lavoro d’equipe.
Alcuni mesi dopo, il contratto di lavoro che aveva, conclude. D. interrompe la terapia con me.
Credo aver capito in questo caso, che il fallimento della cura sia dovuta a due fattori: 1.- la mancanza di collaborazione dello psichiatra, 2.- la collusione o la complicità del paziente con la madre.
D. ha scelto la strada più facile per lui, la dipendenza dalla madre, la dipendenza dai farmaci. E aiutato dal medico psichiatra che lo mantiene cosi nella dipendenza farmacologia.. L’altra strada possibile, senza dubbio più faticosa, significa la perdita del paradiso della dipendenza, guadagnarsi il pane con il sudore e le fatiche, però con il piacere delle responsabili e personali scelte.•?

3.- Giuseppe. Trenta tre anni, ingeniere.
Un paziente che non ho mai visto
Il suo medico di base, le consiglia il mio nominativo, dopo che arrivò alla sua consulenza accompagnato dalla madre. Lui rimane muto, parlò solo la madre.
In un momento Lei esce dallo studio medico, è G. approfita per parlare del suo disaggio. Allora, il medico le domanda al paziente “se non credeva sarebbe utile una consulenza psi. ?” G. accettò.
Ricevo da lui una telefonata per chiedere un appuntamento, e due giorni dopo un'altra telefonata per cancellarlo, su “consiglio- ordine-“ del suo medico psichiatra, il quale le ricetta i psicofarmaci.
Io pensai in primo momento che il problema risiedeva nella banale rivalità tra medico psichiatra e psicologo -psicoanalista.
Con il suo medico di base, il Dr. S. ho avuto in tanti anni in Italia, più volte collaborato con i pazienti che lui riteneva opportuno indirizzarmi. Con questo rapporto di fiducia, lo chiamai, informando di quanto accaduto.
Riflettendo,… perché l’importante per tutti noi é Imparare dell’esperienza,
a .-Nella etica professionale, nessun Terapeuta, medico- psichiatra –psicologo, non può impartire ordini al paziente, non può vietare. Il nostro compito/ ruolo è interpretare , quando capiamo e aiutare a pensare sempre. (Ej. Daniela con le cure per la gravidanza, )
b.- Quando c’è tutto questo insieme : mutismo del paziente, il medico psichiatra che esce del suo ruolo, impartendo ordini , la madre che parla al posto de suo figlio , ci indica che molto probabilmente, c’è un secreto di famiglia che deve essere mantenuto, ciò che non si può dire, il prezzo è la salute del paziente.
Mi ha fato pensare che molto probabilmente c’era una collusione tra la madre, il paziente e il medico psichiatra. Collusione necessaria per mantenere con il mutismo, la preservazione d’un secreto di famiglia. Lo non detto, o ciò che non si può dire.
Ricordiamo che i farmaci servono principalmente al controllo delle emozioni. Non servono par far crescere una persona, questo è il ruolo dello Psicoterapeuta.

4.- Dipendenza dai farmaci o dipendenza dal Psicoterapeuta ?
Una domanda che mi è posta con una certa frequenza.
Ricordo una paziente, melanconica, o molto depressa, che seguivo da anni. Al inizio con supporto farmacologico, attualmente solo psicoterapeutico. Lei mi dice: “Sa Dssa. Io ci verrò da Lei fino a che non se n’andrà in pensione. Nel modo in cui posso parlare con lei, non è possibile fuori, e nel modo che lei mi conosce nessuno lo sa pure”. Si tratta di una paziente melanconica, molto disturbata, violenta con marito e figli, che però dopo alcuni anni di lavoro psicoterapeutico, ha raggiunto un certo equilibrio: svolge molto bene il suo lavoro in ufficio, ha modificato totalmente il rapporto con i due figli, ed il rapporto di copia che sebbene non è felice, migliorò molto c’è una maturazione in tutti i piani.
Ricordiamo inoltre che non più lontano che la generazione precedente, si moriva ancora in Ospedale Psichiatrico. Questa paziente molto grave, pero con delle potenzialità, ha potuto fare questo percorso. Dipendente per tutta la vita dallo Psicoanalista? Forse si, però a volte è Il male minore, “lo possibile” per una persona con una melanconia cosi grave.


A modo di conclusione.

La Terapia è la branca della medicina che si occupa di curare le malattie . Terapeuta del greco therapeutes, vuole dire Servitore, al servizio de i nostri pazienti di presa in carico e di cura…
Ricordiamo che Etica, del greco ethicos, significa costume e costume, del latino consuetudinis, è la maniera generale di agire, stabilita dal uso. Il dizionario diferenziarà tra costume inteso come abitudine, da mal costume che equivale a corruzione.

C’è un uso Etico delle terapie a nostra disposizione, e un uso corrotto.
Utilizziamo il farmaco e le terapie a nostra disposizione in modo etico, quando pensiamo nelle reali necessità del paziente, lo accompagniamo durante un percorso doloroso e difficile della sua vita, e lo aiutiamo a diventare una persona autonoma, in grado di sostenere le difficoltà della vita, capace d’amare e di creare.

Ricordiamo allora il generale malcostume, che può arrivare a volte alla corruzione derivato dall’ offerta de regali ai medici, da parte de le case farmaceutiche.
Utilizziamo il farmaco e le terapie in modo corrotto quando si cerca, il solo controllo del paziente, e quando s’induce, consciamente o inconsciamente al consumismo, portando alla dipendenza e all’ addizione.
Sappiamo che dietro de dipendenze da farmaci, alcol, droghe, Psico, c’è una sintomatologia depressiva o melanconica, e che tutte queste sostanze danno una illusione de pienezza di fronte alla sofferenza, all’angoscia del vuoto, al dolore della solitudine.
Il terapeuta, servitore de chi, del paziente o della casa farmaceutica?
La collaborazione tra terapeuti non solo è possibile, sino molte volte necessaria nella cornice dell’Etica: Etica del farmaco ed etica della parola, pensando nel Paziente come una persona che soffre, e intanto tale, ogni uno di noi, ho lo è stato, o può diventarlo.